
Frida Kahlo
Frida Kahlo: la ferita e lo specchio
Quando il dolore fisico ed emotivo si trasforma in arte, identità e possibilità di rinascita.
“Il mio corpo è un marasma (…) La vita è crudele nell’essersi tanto accanita su di me. Avrebbe dovuto distribuire meglio le sue carte. Mi toccò un gioco troppo cattivo. Un tarocco nero nel corpo. La vita è crudele nell’avere inventato la memoria. Come i vecchi che rivestono di sfumature i loro ricordi più antichi, sull’orlo della morte, la mia memoria gravita attorno al sole e cosa illumina! Tutto è presente, niente è perduto. Come una forza nascosta che ci spinge per spronarvi ancora: nell’evidenza che non ci sarà più futuro, il passato si amplifica, le sue radici crescono, tutto in me è rizosfera, i colori si cristallizzano su ogni strato, la minima immagine raggiunge il suo assoluto, il cuore batte in crescendo. Ma dipingere, dipingere tutto questo è impossibile adesso.”
– Frida Kahlo
Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nasce il 6 luglio 1907 a Coyoacán, alla periferia di Città del Messico.
Il padre, Wilhelm Kahlo, è un fotografo di origini tedesche, che lavora per il governo messicano; la madre, Matilde Calderón, spagnola di origine indigena, è «dritta, nelle idee come nel portamento».
Frida nasce tre anni prima della rivoluzione messicana, nel 1910, quando i contadini, stanchi di miseria e soprusi, si ribellarono contro il dittatore Porfirio Díaz. In quegli anni il Messico è un paese ferito.


A sei anni si ammala di poliomielite: la malattia le lascia una gamba più corta dell’altra. Camminerà sempre zoppicando. I compagni la chiameranno “Gambadilegno”. Ma Frida è intelligente, curiosa, ribelle. Frequenta la scuola tedesca e poi, a quindici anni, entra nella Scuola nazionale preparatoria, il miglior liceo del Messico, dove si formano i futuri intellettuali del paese.
Il padre le trasmette la passione per l’arte e la fotografia, le insegna a usare la luce, a colorare le stampe. Frida parla cinque lingue — spagnolo, tedesco, inglese, francese e náhuatl, una lingua indigena messicana — sogna di diventare medico.

Il 17 settembre 1925, a diciotto anni, l’autobus su cui viaggia con il fidanzato Alejandro viene travolto da un tram. Il corpo di Frida viene trafitto da una barra di metallo.
La spina dorsale si spezza in cinque punti, la gamba in undici, il bacino in tre.
Rimane a letto per mesi, chiusa in un corsetto di gesso. I genitori le portano dei colori e le appendono uno specchio sopra al letto, perché possa dipingere guardando se stessa.
«Mio padre mi portò dei tubetti di colore e scivolai a poco a poco dal disegno alla pittura. Il colore mi divenne indispensabile. Forse era simbolico, in quell’ombra in mezzo alla quale la mia vita, piccola lucciola ansimante, cercava di aprirsi ancora una strada. Il colore fu una vera scoperta, una gioia assoluta. Il mondo si illuminava. Il mio tempo assumeva un’altra dimensione. Credo sia incontestabile: l’arte ha bisogno di tempo.»
– Frida Kahlo
Frida rinasce così, attraverso la pittura.


Nel 1929 sposa Diego Rivera, pittore celebre e più vecchio di lei di vent’anni. Si chiamano affettuosamente “Friduccia” e “Panzón”. È un amore tumultuoso, fatto di tradimenti, separazioni, ritorni. Frida sa che Diego ha molte amanti, e a sua volta lei ne ha, uomini e donne. Ma dopo le tempeste, arriva una pace fragile, “se non felice, perlomeno serena”.
Quando il padre muore, nel 1941, Frida e Diego si trasferiscono nella Casa Azul, la casa dalle pareti blu dove lei era nata.


Frida comincia a insegnare pittura nella prestigiosa scuola La Esmeralda. I suoi studenti la adorano: la maestra che indossa vestiti coloratissimi, fiori tra i capelli e grandi orecchini, la donna che ride e soffre con la stessa intensità. Nel corso della vita subisce più di trenta operazioni.
«Il mondo interiore diventa indicibile”, scrive, “Un urlo silenzioso che fende il muro del corpo in ogni momento. La vita, questo capolavoro sempre pericolante. Il corpo mi sommerse, ciascuna delle sue fibre divenne mostruosa, oltrepassando le frontiere del funzionamento che gli era stato assegnato. E la sensazione, che da allora non mi ha più abbandonato, è che il mio corpo raccolga ferite, tutte le ferite.»
– Frida Kahlo


Eppure Frida continua a dipingere: oltre duecento quadri, la maggior parte autoritratti, per conoscersi, per non perdersi.
Muore nel luglio del 1954, a quarantasette anni.
Il suo ultimo dipinto è una natura morta con dei cocomeri: rossi, pieni di luce, aperti come ferite e come frutti generosi. Un’esplosione di vita anche nel momento dell’addio.
Sulla buccia, in lettere verdi, c’è una frase che suona come un testamento:
“Viva la vida.”





