
Jo Spence
Jo Spence: la fotografia autobiografica
Jo Spence (1934-1992, Londra) è stata una fotografa britannica, pioniera della fotografia documentaria e autobiografica. Nata nel 1934, ha utilizzato la fotografia come mezzo per esplorare la sua identità, la sua salute e la vita familiare.
Gli inizi della carriera
Spence iniziò la sua carriera come assistente in uno studio di fotografia commerciale, per poi aprire il proprio studio. Nel 1979, diede vita a “Beyond the Family Album”, una rielaborazione del suo album familiare.
“Cominciai a pensare a come ero stata fotografata dagli altri…”, disse, riflettendo sulle foto scattate da genitori, amici e parenti durante la sua infanzia. Questo processo la portò a prendere il controllo di come voleva essere fotografata.
Analizzando le foto di famiglia anno per anno, Spence si rese conto che mancavano pezzi significativi della sua storia. Al di là di cerimonie, vacanze e compleanni, non c’era un racconto reale della sua vita, ma solo un ideale di felicità, stabilità e armonia irreale. Decise così di fotografare le situazioni “mancanti”, dando vita a “Remodeling Photo History“

The Picture of Health: documentare la malattia
Dopo la diagnosi di un cancro al seno, Spence decise di documentare il suo percorso nel progetto “The Picture of Health”. Attraverso la fotografia, riuscì a esprimere i suoi sentimenti di profondo abbandono e solitudine provati in ospedale. “Mi resi conto con orrore che il mio corpo non era fatto di carta fotografica, né era un’immagine o un’idea, o una struttura psichica… era fatto di sangue, ossa, tessuti. Alcuni di loro sembravano cancerosi. E io non sapevo nemmeno dove si trovasse il mio fegato!”

The Final Project: un incontro con la morte
Dopo la diagnosi di leucemia, Spence creò “The Final Project”, utilizzando vecchi ritratti sovrapposti con materiali differenti. La sua fotografia si avvicinò alle culture per cui la morte non è un tabù ma una tematica vicina, come lo è in Messico o nella cultura egizia, dove venivano utilizzate delle maschere come oggetto di accompagnamento nell’aldilà.

La nascita della fotografia terapeutica
Negli anni ’70, Jo Spence fu così una delle prime a esplorare la fotografia terapeutica.
Questo approccio introspettivo permette alla persona di approfondire la propria consapevolezza al di fuori di un percorso psicoterapeutico.
Le immagini scattate sono un mezzo per comunicare ciò che non si riesce a esprimere verbalmente e diventano uno strumento potentissimo per attraversare periodi di vita difficili e per dare un nuovo volto anche ai traumi.
La terapeuticità degli scatti risiede nell’intenzionalità prima, durante e dopo lo scatto fotografico, attuato dal soggetto.
La fotografia e l’agire fotografico permettono di esternare il proprio dolore, dandogli una forma visibile e separata da sé.
In un certo senso, il mio lavoro è diventato una questione di cercare di capire come essere una fotografa donna e come re-immaginare e re-inquadrare tutti gli aspetti della mia vita in modo da poter dare un senso alla mia realtà. Questo significava allontanarsi dal ruolo di vittima sopraffatta per diventare un’agente, dove potevo diventare una produttrice di immagini piuttosto che una consumatrice passiva. Per me, si trattava di sfidare i modi in cui siamo socialmente condizionati ed esplorare i confini di ciò che la fotografia può essere in modo molto personale e politico.
Jo Spence
