Le scelte vanno scavate dentro, come strade
Ci sono dolori assordanti che tolgono la pelle di dosso.
Il mondo scricchiola sotto i piedi e si diventa corpo: una morsa nello stomaco, un nodo in gola, un leggero sudore sulle mani che si stringono in due pugni.
Sono dolori che ti chiedono di resistere nell’ambiguità.
Ma l’ansia ti attanaglia.
Vorresti scegliere subito.
Bianco o nero,
destra o sinistra,
andare o restare.
Vorresti un incantesimo per dire:
“Ora scelgo una volta per tutte e basta!”
Ti hanno spesso raccontato che il coraggio è questo: “Prendi la vita di petto e falla tua”.
Ma ci sono dolori che raccontano una storia diversa. Ti mostrano che a volte il coraggio è scegliere di aspettare, attendere nel non sapere e nel non capire quale sia la strada da percorrere.

Di certo si attraversa un tempo lacerante.
La testa è abitata da uno stordimento febbrile. Cerca risposte nei libri, nelle chiacchierate allo sfinimento con gli amici. Corre impazzita, senza briglie. Pensa ripetutamente alle parole e alle azioni dell’altro, le guarda da diverse angolazioni. “Forse ho perso qualche pezzo? Quale sguardo, parola o momento non ho capito?” Si cerca sempre la risposta in qualche sfumatura, una soluzione che potrebbe incastrarsi nel tuo cervello e liberarti magicamente da quel dolore.
Ma la verità è che così non è possibile trovare quella risposta. Le scelte vanno scavate dentro, come le strade. Cullate per lunghe notti insonni tra le braccia, attese, come alla stazione di un treno.
Questo è il punto.
Il tuo cuore è gonfio a dismisura.
Non riesce più a stare dove lo hai messo.
Cerca spazio.
Ha bisogno di sentirlo questo dolore prima di scegliere.
È un dato di realtà: senza passare attraverso questo nessun cambiamento può avvenire. La vita è fatta così. Ma è anche vero che un piccolo passo dopo l’altro puoi farcela.
Si tratta di andare lì dove il tuo mondo interno sta cercando di spingerti. E nel mentre che lo fai l’aiuto può venire dalle piccole cose. La semplicità aiuta sempre nella sopravvivenza. Rifare il letto, pulire i piatti, farsi la doccia, coccolare il gatto, andare a camminare, fare la spesa, sforzarsi di cucinare e mangiare, lavorare.
Quando il vento soffia forte si tengono così le radici a terra.
Poi si impara a respirare piano.
E si trova un nuovo vaso in cui crescere.
E allora, caro signor Kappus, non deve avere paura se una tristezza si innalza davanti a Lei, grande come non ne ha mai viste prima; se un’inquietudine, come luci e ombre di nubi, va sulle Sue mani e su ogni Sua azione. Deve pensare che accade qualcosa in Lei, che la vita non L’ha dimenticata, che La tiene nella sua mano: non La lascerà cadere. Perché vuole escludere una preoccupazione, un male, una melancolia dalla sua vita, quando ancora non sa in che modo queste condizioni lavorano in Lei? Perché vuole continuare a chiedersi da dove viene tutto questo e dove porterà? Ma Lei sa bene di trovarsi in un momento di passaggio, e non desidera altro che trasformarsi. Se qualcosa dei Suoi processi è ammalato, consideri che la malattia è il mezzo con cui un organismo si libera di ciò che è estraneo; allora lo si deve solo aiutare a rimanere malato, a possedere tutta la sua malattia e a erompere, perché questo è il suo progresso. In Lei, caro signor Kappus, adesso accade molto; deve essere paziente come un malato e fiducioso come un convalescente, ché forse Lei è entrambi. E ancora: Lei è anche il medico che deve vegliarLa. Ma, come in ogni malattia, ci sono molti giorni in cui il medico non può far altro che aspettare. E questo è ciò che Lei, finché è il Suo medico, deve fare prima di tutto.
Non si osservi troppo. Non tragga conclusioni affrettate da quel che Le accade; lo lasci semplicemente accadere.
Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta

