
Quando il dolore si innalza come una marea, è molto difficile fidarsi del fatto che qualcosa, dentro di noi, ci verrà in aiuto.
È difficile perché ci sentiamo impotenti e smarriti e perché, nella nostra cultura, siamo stati abituati a credere che solo le azioni concrete abbiano un impatto sulla realtà. Eppure la realtà dell’Anima esiste, ed è altrettanto concreta e potente, anche se a volte facciamo fatica a entrare in contatto con essa.
Fidarsi del fatto che qualche parte interna accenderà una luce nell’oscurità significa fidarsi dell’inconscio, fidarsi del fatto che stiamo portando avanti, attraverso la nostra esistenza, un processo unico e irripetibile.
Forse questo tipo di fiducia può essere sperimentato solo se prima entriamo in contatto con il terrore: uno spavento sordo, una forte impotenza, che fa sbriciolare la terra sotto i nostri piedi e affolla la testa di un labirinto di pensieri verdi e senza uscite. Perché è proprio lì, quando ci perdiamo, che si apre la possibilità di lasciar andare il controllo. Capiamo che non esiste un pensiero o un’azione “giusta” capace di risolvere quel dolore che martella nel petto e che dobbiamo fare spazio a qualcosa di più antico dentro di noi.
Quando si viene toccati da questa esperienza, è come se una minuscola scintilla vigile si accendesse nella pancia della balena che ci ha inghiottiti. Con quel piccolo fuoco si può fare anche una grande esperienza di libertà: si svuota il cuore dalle macchinazioni, si sa che la propria parte la si sta facendo e che ora possono arrivare gli Spiriti a occuparsi del resto – le nostre altre parti.
Nel libro Il segreto del fiore d’oro. Un libro di vita cinese, Jung parla del concetto di wu wei, l’azione della non-azione, riferendosi alla capacità di lasciar accadere, ai cambiamenti che possono generarsi non intenzionalmente se siamo disposti a seguire il fluire del tempo:
“Che cosa hanno fatto dunque questi individui per provocare questo processo risolutivo? Per quanto ho potuto vedere io, non hanno fatto proprio nulla (wu wei), ma hanno lasciato accadere, come insegna il maestro Lü Tzu, poiché la luce circola secondo le sue leggi, se non si abbandonano le proprie abituali occupazioni. Il lasciar agire, il fare nel non fare, l’abbandonarsi del Maestro Eckhart è diventato per me la chiave che dischiude la porta verso la via: bisogna essere psichicamente in grado di lasciar accadere. Questa è per noi una vera arte, che quasi nessuno conosce. La coscienza interviene continuamente ad aiutare, correggere e negare e, in ogni caso, non è capace di lasciare che il processo psichico si svolga indisturbato”.
Nella stanza di terapia, davanti al dolore delle persone, questo è altrettanto difficile. In noi si solleva sempre una parte allarmata, che vorrebbe mettere al sicuro, risolvere, proteggere o far diminuire la sofferenza dell’altro, che ci investe come un’onda. Tenere a mente che, anche in quei momenti, nell’altro è in corso un processo che sta raccontando qualcosa e che possiede delle direzioni significa tenere accesa quella piccola luce potentissima. Significa sostare nella tensione, restando capaci di ascoltare, accogliendo l’altro ma senza invaderlo con la nostra ansia. Significa riconoscere all’altro una responsabilità e una libertà di fronte al proprio dolore, che sta ponendo una domanda non destinata alla nostra storia, ma che noi possiamo solo aiutare a tradurre.
Forse l’unica cosa che tiene al caldo l’anima in questo navigare è sapere che il viaggio si fa in due; che, è vero, il dolore dell’altro non lo puoi togliere e a volte neppure diminuire, ma puoi restare seduto al suo fianco, mentre le onde della tempesta scavano spazi e nuove direzioni si formano lentamente.
Etty Hillesum scriveva nel suo diario:
“Sono di nuovo infelice. E riesco perfettamente a immaginarmi perché le persone si ubriachino o vadano a letto con un perfetto estraneo. Ma la mia strada non è certo questa. Io devo restare sobria e con la testa lucida. E da sola. È un bene che quel farabutto stasera non fosse a casa, altrimenti sarei di nuovo corsa da lui dicendo: ‘Aiutami, sono così infelice, sto scoppiando!’. E mi aspetto che gli altri si risolvano i problemi da soli! Voglio prestare ascolto, sì, proprio così. Così mi sono seduta per terra, nel più nascosto angolino della mia camera, schiacciata tra due pareti, il capo chino. E sono rimasta lì. Completamente in silenzio, fissando il mio ombelico, per così dire, in devota speranza che nuove forze sorgessero in me. Il mio cuore era di nuovo congelato e non voleva sciogliersi: tutti i canali erano bloccati e il mio cervello serrato in una morsa. E quando mi trovo ben raccolta in me stessa, attendo che qualcosa si sciolga e fluisca dentro di me”.



